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La prefazione di Fabrizio Sebastian Caleffi
Mi sono calata Marylin e ho trovato Beatrice
Giulia Cacopardo è una siciliana seducente e seduttiva (non sono sinonimi, significa che, nel suo caso, l'apparenza non inganna e il look neppure) milanesizzata metroposh, versione italiana della Vassar girl, appartenente di diritto al Gruppo, il romanzo di Mary McCarthy che identifica la tipologia della ragazza liberal made in Usa: la testimonial ideale della Nuova Narrativa post gattopardesca, che non si nutre di arancini (in catanese, in palermitano si dice "arancine", con maggior pertinenza semantica) di Montalbano e produce, oltre a Giulia, romanzieri trendy come l'Ottavio Cappellani della saga di Lou Sciortino (vedi "Chi ha incastrato Lou Sciortino? una storia vintage", Mondadori 2009) che le è fratello in spirito. Ve ne renderete conto leggendo... stavo per dire "guardando", trattandosi di scrittura visivo-cinematografica... questo bio-mockumentary: incontrata un'icona come l'estense Beatrice, la Caloparda lady s'è calata il mito, per usare un'espressione tossica e il risultato è piuttosto acid(o). Ci presenta infatti una Duchessa trasversale, un po' Dumb Blond, un po' Lady D (lei la chiama, infatti, Lady B), un po' "my sweet Lady Jane", con l'allusione erotica contenuta nell'inno degli Stones (non lo sapevate che la Rolling Jane cantata da Jagger altri non sarebbe che la personalizzazione dell'organo che i lumbard nominano indifferentemente con la c e con la g mediana?), creatrice della moda creativa come una pre-Schiaparelli col carattere della Biki, come la grande stilista operante a Parigi e la mitica figurinista meneghina, Carlà Brunì di un Sarkò truccato da Moro di Milano in attesa del suo Otello shakespeariano, Diva&Donna (nota testata) che ha trovato nell'Autrice Cacopardo la sua efficace Giacobini, direttrice di gossip magazine e scrittrice che definirei, in assonanza con il cognome evocativo della Marsigliese, la tricoteuse della maldicenza ben scritta. Immergendovi in questa narrazione del personaggio, che introduce le note storiche, ne cogliete l'humus, comune alla Bruni e alle Bionde Per Caso. Affidato, dunque, ad un team di collaboratori/ricercatori il compito di raccogliere date e dati, la Nostra si è presentata agguerrita e preparata al blind date con il Mito. Analisti di mercato, psicanalisti e annalisti (scuola storiografica francese) sono concordi nell'indicare nei segni del costume i lapsus disvelatori di un'era. Così, per capire l'odierno fashion sistem della Little Manhattan Meneghina bisogna partire da lontano e focalizzarne la microstoria.
Nella fattispecie, partire da Beatrice: la d'Este è semi-inconsapevole pioniera della moda, facendo evolvere l'abbigliamento femminile nel senso e nella direzione in cui la pittura da artigianato decorativo si evolve in arte dalla dignità riconosciuta e dal plusvalore estetico quotato in borsa (nel nascente sistema economico rinascimentale), dando vita alla storia dell'arte, al mito dell'artista creatore, al mercato fondato dal mecenatismo. In altre parole, la funzione gerarchizzante dell'uniforme si futilizza nella rappresentazione (teatrale) del potere sociale. Inviata sul campo, inviata a corte (e a nozze, come si suol dire, avendo spiccata attitudine per le mondanità) la catanese Giulia Cacopardo ha "taliato" (traduco: osservato) ogni aspetto dell'epopea della d'Este, assaggiando ogni sapore rivelatore, degustando sensazioni da sommelier dei sentimenti, delibando piatti forti d'antan. La sua ricetta funziona, come potrete constatare dalle pagine successive: leggerete con gusto capitoli introduttivi di pirotecnica efficacia, siparietti di un dramma in (e di) costume ad alto tasso di teatralità. Facendo teatro ho conosciuto Giulia, con lei ho recitato e di lei ho colto la colta facondia giornalistica e l'incoercibile vocazione al romanzo, manifesta già in questo reportage ucronico, che si occupa di anacronismi deliberati e ipotesi fantasiose, fantastiche, fantasilandiche nella sua cronaca di una leggenda annunciata: le scene hanno perso un'interprete, il costume ha guadagnato un'interpretazione irresistibile. È infatti attraverso la trasversalità che il costume può farsi storia e che la storia del costume diventa parte pacifica, creativa, benefica degli avvenimenti dell'umanità: la moda può farsi guerra per un'asola, ma sarà sempre compatta nell'opporsi alle guerre di religione e d'ideologia, che una bella primavera dello spirito se le porti via!
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