Ecco un’altra recensione del libro pubblicata sul Corriere della Sera a cura di Sandro Modeo.
A poco più di un anno dalla morte, avvenuta il 5 novembre 2007, due libri raccontano la grande avventura nel pallone e nella vita di Nils Liedholm.
In svedese, «stamning» è la «felice malinconia» di luoghi vasti e arcaici, un sentimento dello spazio e del tempo che trasforma il rimpianto in speranza.
Due libri su Liedholm, a un anno dalla morte (Gino Franchetti, «Il mio amico Nils», Limina, pag. 126, 16 euro; Sebastiano Catte, «Nils Liedholm e la memoria lieve del calcio», Ethos, pag. 266, 15 euro) convergono proprio nel trasmettere un simile sentimento in percorsi paralleli: quello di Franchetti è una biografia piena di ricordi di prima mano; quello di Catte un ritratto eseguito attraverso le conversazioni con l’ anziano Maestro.
La «stamning» per Liddas congiunge l’Alfa e l’Omega di un’ infanzia nel fiordo di Valdemar – tra abeti e cieli «pallidi e anemici» come gli abitanti locali – e di una vecchiaia a Villa Boemia, tra le colline del Monferrato: un unico «posto delle fragole» esteso tra i momenti della formazione (la «squadretta della ferrovia» o i biscotti nella neve per Babbo Natale) e quelli del lungo congedo, coi suoi vigneti visitati da enologi e comitive di tecnici. In mezzo, una parabola inimitabile da calciatore-allenatore, con tante sequenze misconosciute. Ci sono i suoi allenatori-educatori: Adolfsson, che lo fa giocare a piedi nudi nel fango; Putte Kock, che lo inizia alla zona e al possesso-palla; e il grande Lajos Czeizler, che lo traghetta dallo Sleiper Norrköping al Milan. Oppure, c’ è proprio una zoomata sul transito italiano, con un salto di 80 gradi: dai -40° delle notti di naia ai confini finlandesi ai +40° dell’ esordio agostano in rossonero. E ancora, c’ è la genesi della sua genialità umoristica, con le «gare di nonsense» tra amici per combattere gli inverni scandinavi.
Del resto, tale genialità (poi eguagliata solo da uno Zeman) è la sintesi di una filosofia in cui confluiscono severità luterana, altruismo «socialdemocratico» e un understatement che gli permette di innovare in sordina, prefigurando la rivoluzione-Milan (anche se il suo possesso-palla euritmico proseguirà, più che nel furore geometrico sacchiano, nelle tessiture di Van Gaal). Ed è tale genialità che gli consente di elaborare la rabbia (è lui stesso a confessare come in Svezia si tenesse tutto dentro e andasse poi, «come Fantozzi, a urlare in mezzo ai boschi») e di indignarsi con toni da teatro dell’ assurdo, come quando – a domanda se l’arbitro avesse visto male nell’ annullare il gol di Turone, costato alla Roma lo scudetto con la Juve – risponde glaciale: «No, arbitro visto bene, resto dello stadio visto male».
Sia in Franchetti che in Catte, colpisce l’uscita di scena. L’ultimo tratto, infatti – offuscato dall’ Alzheimer – non dipende tanto dall’ estraneità di Liddas a un calcio mostrificato, ma dal crollo dopo la perdita di «Nina» (Maria Lucia Gabotto), la sposa di una vita, la donna che restando nell’ ombra lo ha alimentato con la sua luce. Con lei, ogni luogo era una «stamning»; per questo, non ha potuto fare a meno di raggiungerla.