Pubblichiamo una bella recensione del libro “Nils Liedholm e la memoria lieve del calcio” apparsa sul Manifesto a firma del critico letterario Massimo Raffaeli.
In fondo, l’appellativo di Barone faceva paradossalmente torto a Nils Liedholm (1922-2007) detto Liddas, un uomo di eleganza così naturale che lo preservava dalla spocchia con cui i grandi, o presunti, allenatori di calcio amano annunciarsi al mondo; semmai ad uno come Liddas si addiceva, e come a nessun altro, il titolo di Maestro, il quale viene infatti dal latino magis, «di più»: ed è il differenziale della classe cristallina che ha segnato la sua parabola di calciatore e di tecnico.
Oggi ne ricostruisce le fasi il bel libro-intervista di Sebastiano Catte, Nils Liedholm. La memoria lieve del calcio (Oliena, Ethos Edizioni, pp. 265, Euro 15.00), un volume che si avvale oltretutto del contributo di alcuni suoi allievi e compagni di vita, da Antonio Ghirelli e Gianni Rivera a Cesare Maldini, Bruno Conti e Paulo Roberto Falcao.
La carriera di Liddas ha la regolarità di un classico ed anzi la fatalità di un romanzo di formazione. Liddas non è affatto un enfant prodige: figlio della Svezia profonda, il suo apprendistato tra le nevi e gli immensi spazi di Valdemarsvik è quello di un qualunque ragazzo educato nel rigore luterano e nella silenziosa contenzione degli impulsi; l’interdetto paterno che gli proibisce il football spiega l’esordio relativamente tardo nel Norrkoping guidato dall’ungherese Lajos Czeizler, un tecnico che ritrova alla guida del Milan dove si trasferisce nel ’49 costituendo il celebre trio svedese con il centravanti Gunnar Nordahl, sfondareti detto curiosamente il Pompiere, e la mezzala Gunnar Gren detto il Professore per la geometrica raffinatezza delle sue giocate. (Merito filologico di Catte è l’esplicita attribuzione dell’acronimo Gre-No-Li ad un cronista sardo del vecchio Corriere d’Informazione, Aldo Congiu).
Imponente nel fisico, infaticabile nel passo, nitido nei fondamentali senza tuttavia mai essere lezioso, Liddas è un mediano che potrebbe definirsi il metronomo della squadra. Non disdegna di proporsi per la conclusione (dopotutto mette a segno 81 gol in complessive 359 partite), ma preferisce pendolare in centrocampo e, all’occorrenza, spendersi nei recuperi difensivi; lascia all’età veneranda di trentanove anni, nel 1961, dopo dodici campionati e ben quattro scudetti: con lui hanno giocato fra gli altri il grande Juan Alberto Schiaffino, Soerensen, Tito Cucchiaroni, Eduardo Ricagni, Carletto Galli, José Altafini ed un’ancora imberbe Gianni Rivera cui infatti Liddas profetizza, fin dal primo allenamento, una carriera straordinaria. (La sua si è invece chiusa virtualmente a Stoccolma, nel giugno ’58, con la finale della Coppa Rimet: haa perto lui le marcature per la Svezia con un tiro da lontano, poi il Brasile è esploso grazie a un altro fenomeno di diciassetteanni, nientemeno Pelé…).
Con gli allenatori, a parte il suo mentore Czeizler, Liddas si è sempre tenuto a debita distanza: le frodi speculative del calcio difensivista offendono, evidentemente, la sua etica di luterano così come il senso estetico di un fuoriclasse abituato a comandare sempre il gioco; Gipo Viani, primo sperimentatore del «catenaccio» in Italia, non è proprio fatto per andargli a genio e, allo stesso modo, se apprezza la prosa inventiva di Gianni Brera non può condividerne l’impostazione tattica: «Con Brera ho discusso di questi argomenti molti anni dopo, quando avevo già iniziato a sentirmi più sicuro con la vostra lingua. Era un giornalista molto competente e straordinario anche sotto il profilo umano: in più di un’occasione con me si è comportato da vero amico. (…) Io per esempio non feci fatica ad ammettere che, pur senza snaturare il nostro gioco, avremmo dovuto essere più accorti in fase difensiva». In tale ammissione, che allude quasi a una palinodia, c’è la chiave del modulo tattico che permette a Nils Liedholm la vittoria in campionato col Milan nel ’79 e soprattutto con la Roma nel 1983.
Non si tratta dunque di un semplice passaggio dalla marcatura «a uomo» alla «zona» né, tantomeno, della propensione qualunquistica al cosiddetto bel gioco. Liddas, al contrario, opera un’oculata contaminazione: in difesa costringe il libero al ruolo di secondo centrale e riorganizza il centrocampo secondo un modulo che ricorda il Metodo con schema a W degli anni Trenta; la «zona» garantisce un’equa ripartizione del campo di gioco fra i singoli, la squadra può salire palleggiando in spazi più o meno stretti ovvero ripiegare garantendo comunque una diagonale per gli eventuali raddoppi di marcatura. I critici parleranno, a proposito, di «ragnatela», cioè di un modulo che nel costante possesso della palla e nel fitto fraseggio può rammentare la cadenza dei brasiliani, ma senza trascurare il riserbo difensivo degli italiani. (Gli stolti amano citare Liddas come un antesignano di Arrigo Sacchi, ma il calcio di Liddas sta a quello del piccolo profeta romagnolo come la danza può stare alla frenesia isterica).
La Roma che nell’’83 batte in breccia la Juve di Platini e l’anno dopo manca solo ai calci di rigore contro il Liverpool la Coppa dei Campioni è costruita intorno a tre grandi fuoriclasse: al centro della difesa sta il bergorusso Pietro Vierchowod, imbattibile nel tackle e negli stacchi quanto agile e veloce nei recuperi; nei sessanta metri ulteriori, al centro del campo, naviga Paulo Roberto Falcao, biondo brasiliano del gelido Sud, uomo-orchestra altrettanto raffinato ma molto più veloce dello stesso Schiaffino (tanto che se avesse avuto pure il dono del gol Falcao sarebbe, alla lettera, un secondo Alfredo Di Stefano); in avanti, flottando tra due linee, ora da squisito rifinitore ora invece da punta vera e propria, capace di gesti astrali e di rapidi cambi di marcia, agisce Bruno Conti, cioè uno tra i massimi calciatori italiani di sempre.
Così oggi Bruno Conti ricorda l’allenatore cui deve l’esordio in serie A nel lontano ’74 e il nomignolo calzante di «fauno matto»: «I tecnici come lui sono sempre più rari. Oggi finalmente ci si sta accorgendo della necessità di tornare ai fondamentali, al lavoro con il pallone, dopo che per anni si è creduto a torto che contassero solo gli aspetti legati alla forza fisica e all’aggressività. Il lavoro di Liedholm era basato proprio su quella filosofia di fondo, che vedeva il pallone al centro di tutto. (…) Anche a livello tattico era grande. Il suo segreto era quello di non avere dogmi. Il tipo di gioco che proponeva era basato quindi essenzialmente sul materiale a disposizione, sul valore degli uomini».
Nella sua lunga e spesso accidentata trafila di tecnico (Verona, Monza, Varese, Fiorentina, oltre a Milan e Roma) non ha sempre vinto, Nils Liedholm, e però, fra i giocatori che ha scoperto e lanciato, figurano via via, insieme a Bruno Conti, anche Roberto Bettega, Giancarlo Antognoni, Franco Baresi, Paolo Maldini e quel Carlo Ancelotti che in panchina, nonostante la megalomania e l’invadenza del duce milanista, riesce a mantenere intatti sia la saggezza tecnico-tattica sia il profilo da galantuomo che fu sempre di Liddas. Dell’unico Maestro, appunto.