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Appunti su un libro

Presentazione del libro a Oliena. Da sinistra Pier Paolo Mazzella, Gianfranco Zola, Sebastiano Catte, Giorgio Ariu e Renato Copparoni. 

Penso sia doveroso spiegare come è nata l’idea del libro, partendo da una premessa. Ho cominciato a seguire le vicende umane e calcistiche di Nils Liedholm negli anni Ottanta quando, alla guida della Roma, mostrava di essere di gran lunga il tecnico più innovatore, molto più avanti dei suoi colleghi, mettendo in mostra un gioco spettacolare e armonioso che mai si era visto in Italia prima di allora.

Senza mai far sfoggio di aggressività, un tratto distintivo di quasi tutti gli allenatori della sua epoca, è riuscito nell’impresa di dimostrare come si possano ottenere grandi risultati senza mai perdere di vista la lealtà verso l’avversario e il rispetto verso le regole.

Il gioco a zona che lui è riuscito a imporre in Italia conquistava gli amanti del calcio anche perché si basava su un concetto essenzialmente democratico: tutti i componenti della squadra, anche il portiere, dovevano partecipare allo sviluppo dell’azione di gioco. Non si trattava certo di una vera e propria novità perché – come lui stesso mi ha ricordato più volte – quel tipo di gioco veniva praticato anche dalla sua Svezia che trionfò alle Olimpiadi del 1948 e dal Milan del 1959. Riuscì a dare a quella Roma un’impronta personale inconfondibile, tanto che quando ripensiamo a quella squadra e a quel gioco non a caso parliamo della “Roma di Liedholm”. Se ci pensiamo bene sono pochissimi gli allenatori capaci di raggiungere simili traguardi in Italia. Tra questi possiamo annoverare forse solo Sacchi e in parte Helenio Herrera. In un paese in cui il la storia del calcio è stata simboleggiata dal binomio “catenaccio-contropiede”, anche secondo una prospettiva di tipo etnico-storico, Liedholm ci ha mostrato nel corso della sua lunga carriera che un’altra strada poteva essere percorsa. Non c’è bisogno – disse una volta – di stare attaccati come piattole agli avversari; altrove fanno già un gioco diverso, più bello a vedersi e dove ci si diverte di più. Lo possiamo e lo dobbiamo fare anche anche noi lasciando da parte ogni pregiudizio.

La mia ammirazione per il tecnico non era disgiunta da quella per il suo profilo umano, che si delineava in maniera sempre più limpida anche nel modo di porsi verso i suoi allievi e gli interlocutori, verso i quali manifestava sempre profondo rispetto. Prima di lui eravamo abituati infatti ad allenatori che venivano esaltati per le caratteristiche tipiche del “sergente di ferro” di stampo militaresco. Gianni Rivera, nell’intervista riportata nel libro, a questo proposito ha affermato che la sua cultura sportiva si basava sul concetto di fondo che un calciatore doveva essere un professionista per scelta e non per obbligo. Dall’alto di un carisma conquistato grazie a un’esperienza invidiabile, l’allenatore svedese ha esercitato la sua leadership cercando sempre il confronto e il dialogo con tutti, sia pure nel pieno rispetto di una logica distinzione dei ruoli.

La mia frequentazione con Liedholm risale alla fine degli anni Novanta, quando mi rivolsi a lui per chiedergli una consulenza per l’adattamento di un Cd-Rom a scopo didattico sul calcio, costruito sulla base di un progetto analogo realizzato da Zico in Brasile. Alla fine di quel progetto non se ne fece niente, per svariati motivi. Però nacque qualcosa di più importante: un bel rapporto di amicizia. Tutte le volte che andavo a trovarlo restavo rapito nell’ascoltare i suoi racconti di calcio davanti al caminetto, in particolare quando evocava le gesta di campioni contro cui si era battuto o che aveva come compagni di squadra. Personaggi che io e quelli della mia generazione abbiamo sempre considerato come delle vere e proprie leggende e conosciuto solo per averli visti in tv o nelle figurine Panini. Così, su suggerimento dell’editore Sartorio di Pavia, con cui allora collaboravo, abbiamo cominciato a pensare a un libro costruito sulla base di questi racconti e conversazioni.

Mi colpiva il fatto che nessuno negli ultimi tempi avesse pensato a una biografia su questo grande personaggio. Vedevo negli scaffali delle librerie pubblicazioni imbarazzanti dedicate magari a oscuri terzini di serie C e trovavo insensato che ci si fosse dimenticati di lui. Un oblìo che riguardava spesso anche gli addetti ai lavori. Un giorno, assistendo a una di quelle trasmissioni di calcio in cui tutti si parlano addosso e spesso fanno finta di accapigliarsi (sul modello del processo di Biscardi, tanto per intenderci) un protagonista del dibattito a un certo punto emise questa sentenza: in Italia per anni si è praticato un brutto calcio, sempre votato al contropiede, poi un bel giorno è arrivato Sacchi e ha cambiato tutto. Ecco, credo che un simile modo di ragionare sia tipico di certi opinionisti o presunti tali che non riescono a vedere la realtà più lontano del loro naso, con un approccio basato esclusivamente sul presente e in cui il calcio viene ridotto a pura formula in cui tutto si consuma nel giro di poche settimane. Riflettendo su quel che aveva sostenuto quel giornalista mi sentivo ancor più motivato nel proporre a Liedholm l’idea del libro. Trovavo infatti ingiusto non sottolineare il ruolo decisivo che Liedholm ha avuto nella costruzione di quel grande Milan che poi Sacchi, con uno stile molto personale, riuscì a portare ai successi internazionali che ben conosciamo.

Come ha sostenuto nel suo ultimo libro Jose Valdano – un ex calciatore che di recente ha rivelato ottime doti di scrittore – un calcio sempre più stressato ha il dovere di fermarsi ogni tanto per ascoltare la voce dei nonni, dando la parola a chi per anni ha reso glorioso questo magnifico gioco. Un approccio di questo tipo potrebbe aiutarci a trovare delle risposte quando ci chiediamo per esempio dove sta andando il calcio. Per questo, diceva Valdano, è preferibile sapere prima da dove viene, perché senza memoria non esiste nulla, neanche il futuro.

Nell’introduzione ho cercato di dimostrare come Liedholm più di ogni altro simboleggi la memoria storica del calcio. Nel ripercorrere la sua carriera sportiva attraverso i suoi fantastici racconti, spesso ai confini tra mito e realtà, è possibile far emergere il confronto tra le diverse scuole calcistiche, riportando quindi la narrazione sul calcio entro un quadro di riferimento di tipo culturale. In questi racconti si intuisce in lui una certa nostalgia per quelle dispute tra la scuola di giganti del giornalismo come Gianni Brera, con cui lui aveva un rapporto di tipo un po’ conflittuale per via delle sue convinzioni sul catenaccio, e quella, a lui più vicina, dei vari Ghirelli, Palumbo, ecc.

Le biografie in tale contesto destano interesse nel grande pubblico non solo perché ci permettono di conoscere meglio un determinato personaggio ma soprattutto perché la vita di quel personaggio è in grado di contribuire a delineare un affresco più completo dell’epoca in cui è vissuto.

Vi è insomma più di un motivo per decidersi a dedicare un libro a un grande del calcio come Nils. Anzitutto è stato un maestro a tutto tondo, anzi il maestro dei maestri per citare quel che mi ha detto di lui Cesare Maldini nella sua intervista. Appare sempre più evidente che oggi ci sarebbe un gran bisogno di maestri e di modelli di riferimento in ogni campo, soprattutto in un’epoca caratterizzata da un forte senso di disorientamento. Inoltre si può affermare tranquillamente che i suoi insegnamenti avrebbero potuto essere utilissimi anche in ambiti non strettamente sportivi. Nel libro ho citato il caso di uno psicologo romano, che in una trasmissione dedicata a proprio a Liedholm, affermò come si fosse ispirato proprio al tecnico svedese nella sua professione, in particolare nel raggiungere certi scopi in maniera del tutto soft, senza aggressività.

Infine, ho cercato di chiarire che il libro non debba essere considerato come una biografia in senso classico ma piuttosto un reportage, sotto forma di intervista, su una vita davvero esemplare. Vi sono quindi inevitabilmente molte omissioni e forse è stato dedicato uno spazio insufficiente a temi che avrebbero meritato un’attenzione maggiore. Mi sono sforzato soprattutto di far emergere particolari aspetti della sua vita (come ad es. la sua giovinezza in Svezia) che sono poco conosciuti e che tuttavia concorrono in maniera determinante nel tracciare un profilo umano e sportivo completo ed esaustivo. Di certo non troverete nel libro verità sensazionali o scoop particolari, d’altra parte un approccio del genere non sarebbe stato affatto nelle corde di un galantuomo come Liedholm.

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